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29 dic 09

Femministe razziste e omosessualità prodotto occidentale: due facce dello stesso imperialismo per Joseph Massad

Ernesto Pagano ha recentemente intervistato Joseph Massad, professore giordano di origini palestinesi, associato alla Columbia University e autore del contestato volume Desiring Arabs. Benché l’intervista sia per certi versi molto chiara, merita alcune considerazioni non tanto per le volontà diffamatorie, quanto per le modalità che esse sottintendono, meritevoli di analisi proprio perché sintomo di una strategia che va caratterizzando nuove espressioni dell’integralismo. Iniziamo dall’omosessualità, da quel prodotto che – secondo Massad – emana dall’Occidente per spirito di colonizzazione. Meno grezzo e sfacciato del presidente iraniano Ahmadinejad, che ha negato la presenza nel suo paese di cittadini omosessuali, impegnato a presentare una società sana e senza deviazioni per quanto minacciata dal pericolo sionista contro il quale si sta attrezzando, Joseph Massad fa fare al disprezzo verso l’omosessualità, e in generale verso ogni differenza di genere, un salto qualitativo che è bene non sottovalutare. Troppo intelligente per abbandonarsi a esternazioni come quelle del dittatore iraniano, Massad non ha negato l’esistenza di uomini arabi che fanno sesso con altri uomini cosí come di donne che lo fanno con altre donne. La sua prospettiva sta nell’aver affermato che tali persone non rientrano in una categoria dell’omosessualità intesa all’occidentale, poiché esse praticano l’attività sessuale «senza identificarsi o definirsi in base alle loro pratiche intime» (ammette che qualcuno lo fa, ma sono in pochi, appartenenti alle classi medio-alte e soprattutto sedotti dall’esempio americano). Tale specifica distinzione caratterizzerebbe i “praticanti” arabi dalle persone omosessuali occidentali, sottoposte a quello che per Massad è un prodotto culturale, altra faccia del solito imperialismo occidentale. Parla di «delusione» degli antropologi occidentali nel momento in cui hanno scoperto tale realtà, lanciando implicitamente un’accusa di assolutismo di prospettiva, falsata dall’unicità e ricalcata dalla volontà di dominio. Joseph Massad, tuttavia, dimentica completamente la criticità del contesto in cui le persone omosessuali del mondo arabo sono costrette a vivere. Non ricorda, infatti, che se per la maggior parte delle persone gay e lesbiche delle democrazie liberali l’aspirazione è quella di autodeterminarsi e di compiere scelte di vita coerenti con le proprie ambizioni e con i propri desideri, per tutti coloro che vivono sotto regimi assoluti, teocratici e totalitari la massima aspirazione personale può ridursi alla assai piú critica questione della... semplice sopravvivenza. Le foto delle impiccagioni del regime iraniano ne sono una triste conferma. Massad non dice che quell’“omosessualità all’occidentale” non è che il prodotto di una lotta di esseri umani verso l’universale diritto alla felicità e che è costata dure lotte contro il potere, per la maggior parte non ancora esaurite, che è stata ed è tuttora animata da vivaci e anche aspre dialettiche esterne, ma anche interne, e soprattutto che, se ha creato modelli (al plurale), non ha mai preteso di imporli. Sgomberare e indicare una strada è affatto diverso dall’obbligare a percorrerla. Massad tenta inoltre di delegittimare non solo le organizzazioni LGBT occidentali, ma anche quelle arabe come la libanese Helem di cui evidenzia lo scarso peso quantitativo, censurando del tutto le difficoltà oggettive in cui la stessa organizzazione è costretta a operare. Massad spiega: «Possiamo anche dire che gli omosessuali non esistevano in Europa prima che il discorso medico e giuridico della seconda metà del XIX secolo non li “inventasse” come soggetti medici e giuridici. Non esistevano prima che il capitalismo creasse delle relazioni di produzione che hanno reso possibile lo sviluppo di nuove dinamiche residenziali e migratorie e di conformazioni della parentela all’interno e all’esterno della famiglia biologica. Cosa che ha portato allo sviluppo di forme di intimità sessuale legate alla comunità e all’identità».

Sotto tali premesse il discorso può uscire dai classici binari dei diritti umani e della loro negazione in prospettiva di universalità per spostarsi nella dimensione di discussione dell’esistenza o meno di una categoria, l’omosessualità, creata dall’Occidente in tempi recenti e sfruttata come nuova risorsa dalla macchina imperialista. È una prospettiva molto piú sofisticata di quella, per esempio, di Tariq Ramadan, il quale, ben consapevole che le persecuzioni da parte dell’integralismo islamico verso le persone gay e lesbiche rappresentano una macchia agli occhi occidentali, tentava di svincolarsi dal problema seguendo il tipico schema di pensiero dell’ideologia multiculturalista, denunciando «un nuovo dogmatismo – con qualche sentore coloniale antico persino xenofobo – al centro del pensiero cosiddetto progressista e moderno»1. Se Ramadan in sostanza ci avverte di non imporre ai musulmani qualcosa che non possono accettare, ossia i diritti all’uguaglianza delle persone omosessuali, Massad ci avverte di non imporre qualcosa che addirittura non esiste, la categoria dell’omosessualità, frutto di un processo di costruzione in qualche modo “artificiale” e relativista. Joseph Massad nella sua opera prova a spiegare i passaggi di questo processo in un punto cruciale dell’intervista: «Desiring Arabs mappa le strade con cui il darwinismo sociale, il culturalismo, il pensiero civilizzazionista, l’orientalismo, la medicina coloniale occidentale, le leggi coloniali hanno condizionato gli intellettuali arabi a partire dal diciannovesimo secolo nel loro modo di pensare alle questioni sessuali e alla loro centralità in quelle che gli Europei insistevano nel chiamare questioni di civilizzazione. Questo ha portato, a partire dalla fine del XIX secolo, a ulteriori dibattiti sui legami tra le pratiche sessuali e il progresso della civiltà (un tema che continua ad avere forza nei dibattiti occidentali sui diritti sessuali) che sarebbero sfociati negli anni ’80 in più forti posizioni ideologiche e politiche impegnate nella questione dell’identità sessuale. L’obiettivo degli internazionalisti gay americani ed europei è quello di creare un mondo a loro immagine. La loro strategia leninista è quella da partito d’avanguardia delle masse mondiali che da sole non sono capaci di portare ad istituzionalizzare il sistema binario eterosessuale-omosessuale, generatore di gay e lesbiche insieme a donne e uomini “retti”. Questo è il motivo per cui l’avanguardia euroamericana dirigerà “per loro” la lotta verso la liberazione».

Si tratterebbe di una lotta verso la liberazione fasulla e addirittura dannosa, dato che si appoggia su basi pregiudiziali e infondate. Il meccanismo di tipo filosofico-epistemologico che Massad vuole sfruttare è in fondo semplice: possono esistere infiniti modelli per studiare e comprendere la natura, che è infinitamente piú complessa e da questi non si lascia mai ingabbiare completamente. Di fronte alla complessità della natura umana, un modello che ha successo in un caso può fallire miseramente in un altro. È verissimo che uno dei princípi del metodo scientifico contemporaneo è la possibilità di formulazione e di confutazione di modelli, tenendo ben presente che il modello non è la realtà. Tutt’altro che errato il ragionamento in teoria: la stessa sofferta storia della percezione in Occidente dell’omosessualità come della transessualità e il progressivo allungarsi della sigla LGBT a LGBTQI stanno a indicare la necessità di comprendere una pluralità di situazioni per le quali in passato non esistevano che parole dispregiative e generiche. Massad però tenta di minare la natura di questo processo, ascrivendola all’ideologia e negandole ogni valenza scientifica, in particolare cercando implicitamente di esercitare il criterio di falsificabilità, che caratterizza il metodo scientifico contemporaneo, adducendo come prova l’esito affatto diverso dello stile di vita e soprattutto delle aspirazioni nel contesto arabo delle persone che «non si identificano con le loro pratiche intime». Qui sta la radice dell’inganno, una radice del tutto simile a quella che imprigiona la capacità decisionale e progettuale delle donne costrette a vivere sotto regimi integralisti sessuofobici e separatisti, le quali spesso non possono immaginare altro orizzonte che non l’obbedienza e il conformismo, interiorizzando anche l’obbedienza come un dogma. È un inganno perché si nega il presupposto delle condizioni di libera scelta e si trascura l’impossibilità delle scelte autonome e delle condizioni di informazione e di uguaglianza che consentono alle persone omosessuali, prima ancora di vivere una relazione sotto la luce del sole, di essere sé stesse, non solo con i diritti e con la dignità dovuti a ogni essere umano, ma anche con le minime garanzie per l’incolumità fisica personale. Il ragionamento di Massad potrebbe reggere se tali condizioni fossero verificate nei contesti che egli vuole descrivere e rappresentare, cosí come lo fossero le facoltà per le donne di decidere se e con chi sposarsi. Ma qui è l’evidenza dei fatti a sbriciolare l’ipotesi, è l’innegabile constatazione che la maggior parte delle persone omosessuali arabe è costretta in contesti talmente oppressivi che è loro concesso un unico modello di sessualità, di cultura di genere e di stile di vita, che rende impossibile ogni scelta autonoma, diversa dallo schema imposto, reprimendola con forza non appena questa si manifesta, anche nelle sole intenzioni. Non può non essere rilevato, infine, che Massad stesso è schiavo del suo stesso modello di pensiero: cercando di rinchiudere il movimento omosessuale in uno schema rigido a proprio vantaggio, ne rimane egli stesso vittima, trascurando del tutto che la cultura di genere che egli ingabbia nel dualismo eterosessualità-omosessualità ha da tempo superato la rigidità del semplice schema binario per adottarne altri molto piú fluidi, meglio rispondenti all’infinità di possibilità umane di fronte alle scelte di genere. Quello dell’omosessualità “all’occidentale”, proprio come la “donna all’occidentale” sono appunto modelli, imperfetti, in divenire, da costruire, ma che possono essere criticati e rifiutati. Anche in Occidente, infatti, esistono uomini e donne che non si identificano e si definiscono in base alle proprie pratiche intime e che rifiutano i modelli oggetto della discussione. Tuttavia, le cronache recenti ci hanno mostrato che proprio tra costoro albergano inusuali cariche di violenza e di ipocrisia. Infine, è impossibile non rilevare che tali modelli differenziano profondamente le società dove sono presenti, con caratteristiche ed effetti, dalla salute mentale al successo economico, che sono direttamente misurabili attraverso criteri scientifici, e non attraverso opinioni.

Potremmo fermarci a questo punto, ma c’è ancora da rilevare che Massad non si limita ad attaccare l’operato delle sole organizzazioni LGBT, ma include in quella che egli chiama «critica» invece che «teoria» anche le organizzazioni femministe. Egli stesso traccia il parallelo quando afferma che i portavoci dell’Internazionale Gay  «in realtà non sono diversi dalle donne razziste bianche che attraverso l’imperialismo Usa vogliono difendere le donne afghane o definire la natura delle difficoltà affrontate dalle donne che vivono in società non occidentali. Tutto questo in base alle priorità del movimento femminista bianco. Anche quest’ultimo pensa che chiunque rivolga critiche alla sua azione sia misogino o antifemminista. I movimenti femministi del terzo mondo hanno attaccato questi approcci razzisti a partire dagli anni ’60, e continuano a farlo». Il riferimento al «movimento femminista bianco», descritto in poche parole come blocco monolitico singolare (sottinteso: imperialista e colonizzatore) contrapposto ai plurali «movimenti femministi del terzo mondo» è sintomatico di una volontà di presentare due entità contrapposte, due sostanze immiscibili e prive di capacità di interazione. L’unica differenza sta nell’impossibilità di negazione della categoria femminile, cosí come, invece, è stata negata quella dell’omosessualità. Tutti i peggiori integralismi hanno separato, inferiorizzato, disumanizzato le donne, ma non hanno potuto rinunciare alla loro presenza. Allora si tenta un’operazione di altro genere: la riduzione a un’unica dialettica (in nome del pluralismo stesso!) di movimenti per loro stessa natura plurali come i femminismi, la censura dei punti di convergenza, i richiami che gli stessi movimenti di donne africane o asiatiche hanno lanciato a gran voce a quelli americani ed europei su argomenti critici come, per esempio, la poligamia o le mutilazioni genitali femminili. Si trascura, per esempio, come siano le stesse donne africane a essersi impegnate piú di tutti per la generazione del protocollo di Maputo e per il documento con cui si concluse la conferenza di Gibuti del 2005 in cui si dichiarò ogni legittimità alle pratiche di intervento sul corpo femminile, come l’infibulazione. E i loro avversari erano sí animati da spirito di colonizzazione, ma erano integralisti religiosi locali, non certo occidentali. Quella che Joseph Massad opera sulla dialettica femminista è pertanto una riduzione perfettamente in linea con quanto affermato a proposito dei movimenti omosessuali.

Modalità nuove per meccanismi ben consolidati, modalità che è bene riconoscere per prevenire un mondo ridotto dai plurali al singolare, dipinto in bianco o in nero, in cui non c’è spazio per le sfumature: un mondo che, non a caso, non può che essere quello dell’integralismo. 

© Mario Moisio 29-12-09

Nota: Tariq Ramadan, L'islam, l'Occidente e la pregiudiziale gay, “Il Riformista” 1-4-2009.

 

 

Per leggere l’intervista originale:

http://www.resetdoc.org/IT/Massad-intervista-gay.php

e un’altra intervista, quasi una replica, al portavoce della Commissione Internazionale per i Diritti Umani di Gay e Lesbiche (Iglhrc):

http://www.resetdoc.org/IT/Alizadeh-intervista-gay.php

 

(le interviste sono riportate qui di seguito in forma integrale)

 

L'Occidente e l'Orientalismo della sessualità

 

Joseph Massad (Columbia University) intervistato da Ernesto Pagano

l               Gli omosessuali nel mondo arabo? Sono stati “inventati” dall’Occidente. Joseph Massad, giordano di origini palestinesi e professore associato alla Columbia University, tenta di tracciare nel suo libro Desiring Arabs il percorso attraverso cui il movimento gay nato negli Usa ha prodotto e tentato di imporre l’identità omosessuale a quegli arabi che intrattengono rapporti con lo stesso sesso. Un percorso che, secondo Massad, segue i binari dell’imperialismo occidentale.

 

La visione di Massad ha fatto infuriare diverse organizzazioni gay, che lo hanno tacciato d’omofobia, ma il suo discorso va ben oltre i semplici slogan ideologici e tiene in considerazione la complessità delle trasformazioni sociali ed economiche avvenute in Occidente, che hanno a loro volta influenzato la costruzione intellettuale dell’Oriente. Alcuni critici hanno infatti individuato nella sua opera un proseguimento, nel campo della sessualità, del discorso avviato da Edward Said nel suo celebre Orientalismo. Un Orientalismo della sessualità, dunque.

Si può dire che gli omosessuali non esistevano nel mondo arabo islamico prima della nascita del movimento gay?

Possiamo anche dire che gli omosessuali non esistevano in Europa prima che il discorso medico e giuridico della seconda metà del XIX secolo non li “inventasse” come soggetti medici e giuridici. Non esistevano prima che il capitalismo creasse delle relazioni di produzione che hanno reso possibile lo sviluppo di nuove dinamiche residenziali e migratorie e di conformazioni della parentela all’interno e all’esterno della famiglia biologica. Cosa che ha portato allo sviluppo di forme di intimità sessuale legate alla comunità e all’identità.

Come si inserisce il movimento gay in questo processo?

Il movimento gay americano, di cui i movimenti dell’Europa Occidentale non sono altro che copie secondarie, ha cercato un’ulteriore istituzionalizzazione delle identità e dei diritti di gay e lesbiche, ed è venuto alla luce come il prodotto di un secolo durante il quale la sessualità è stata istituzionalizzata come asse principale di normalizzazione in senso eterosessuale della società. Cosa che necessitava a sua volta di un asse deviante: l’omosessualità.

Cosa è accaduto invece nelle altre società?

Fuori dagli Stati Uniti e dall’Europa Occidentale non è avvenuto nessuno di questi sviluppi in giurisprudenza e in medicina. Le altre società punivano con sanzioni (sociali e talvolta giuridiche) le pratiche sessuali che fuoriuscivano dalla sfera del “socialmente lecito”. Ma non identificavano i praticanti di queste forme di sessualità con l’atto sessuale in sé, né questi ultimi formavano dei gruppi sociali connotati in base ai loro atti sessuali.

In che modo avviene il contatto tra questi due universi?

Il capitalismo coloniale e in seguito quello globale hanno generato nel mondo nuove forme di intimità sessuale e di identità sessuali, ma non sempre le hanno riprodotte come negli Usa o in Europa Occidentale.

Ovvero?

Ovvero non in forme facilmente inscrivibili nella categoria binaria omosessuale-eterosessuale. Desiring Arabs mappa le strade con cui il darwinismo sociale, il culturalismo, il pensiero civilizzazionista, l’orientalismo, la medicina coloniale occidentale, le leggi coloniali hanno condizionato gli intellettuali arabi a partire dal diciannovesimo secolo nel loro modo di pensare alle questioni sessuali e alla loro centralità in quelle che gli Europei insistevano nel chiamare questioni di civilizzazione. Questo ha portato, a partire dalla fine del XIX secolo, a ulteriori dibattiti sui legami tra le pratiche sessuali e il progresso della civiltà (un tema che continua ad avere forza nei dibattiti occidentali sui diritti sessuali) che sarebbero sfociati negli anni ’80 in più forti posizioni ideologiche e politiche impegnate nella questione dell’identità sessuale. L’obiettivo degli internazionalisti gay americani ed europei è quello di creare un mondo a loro immagine. La loro strategia leninista è quella da partito d’avanguardia delle masse mondiali che da sole non sono capaci di portare ad istituzionalizzare il sistema binario eterosessuale-omosessuale, generatore di gay e lesbiche insieme a donne e uomini “retti”. Questo è il motivo per cui l’avanguardia euroamericana dirigerà “per loro” la lotta verso la liberazione.

Qual è allora in sintesi la differenza tra omosessualità “occidentale” e quella che lei chiama, nel suo libro, la pratica e il desiderio dello stesso sesso?


In definitiva, la prima è un’identità che rivendica una comunità socialmente riconosciuta insieme a diritti politici, mentre l’altra è una delle tante forme di intimità sessuale che va alla ricerca del piacere corporale.

Questo vuol dire che gli “omosessuali” arabi non hanno bisogno di definire se stessi attraverso un’identità specifica…

Gli antropologi occidentali e gli internazionalisti gay sono rimasti delusi nello scoprire che gli uomini arabi (o anche latinoamericani, indiani, iraniani ecc..) fanno sesso con altri uomini (lo stesso vale per le donne, anche se per questo c’è meno interesse nella letteratura) senza identificarsi o definirsi in base alle loro pratiche intime. Esattamente come gli uomini che, facendo sesso con le donne, non si identificano in base alle loro pratiche sessuali. Esiste poi un piccolo numero di arabi occidentalizzati sedotti dall’esempio americano di omosessuale che appartengono alle classi alte e medio alte. Tuttavia non sono rappresentativi, né possono parlare per la maggioranza degli uomini e delle donne che hanno rapporti con lo stesso sesso senza per questo identificarsi in base a tali rapporti.

Cosa pensa delle organizzazioni gay che nascono direttamente nei paesi arabi, come Helem in Libano...


Helem è un’organizzazione fondata da una piccola minoranza di individui che vogliono assimilarsi al movimento gay occidentale. Sono spesso usati dagli internazionalisti gay come esempi di omosessualità locale. A parte l’influenza e la partecipazione attiva di non libanesi nella fondazione dell’organizzazione, Helem rappresenta soltanto i suoi membri e può parlare soltanto per loro. Secondo il portavoce Sharbil Mayda, l’organizzazione conta soltanto 40 membri, 30 dei quali si identificano come omosessuali, in un paese di quattro milioni di persone, ed in una regione di 300 milioni di arabi. È difficile considerarlo un grosso fenomeno al pari dei cambiamenti nella concezione sessuale dell’identità.

Ma qual è allora l’effetto delle organizzazioni gay sulle società arabe?


Parlando delle organizzazioni gay di stanza in Europa e negli Usa, il loro effetto principale è stato quello di incitare il discorso sulla sessualità nei paesi arabi. Esse rivendicano il tentativo di spingere queste società a proteggere i diritti delle loro popolazioni omosessuali, laddove queste “popolazioni” vengono create dalla stesse organizzazioni gay. Quello che voglio dire è che, in nome della solidarietà internazionale, questi gruppi arrivano nei paesi arabi (così come fanno in Africa, in Europa dell’Est, in America latina, in India ecc.), insistendo sul fatto di rappresentare i “gruppi gay locali”, inculcando i loro insegnamenti e portando avanti una battaglia in nome di suddetti gruppi. È una strana forma di solidarietà. La solidarietà internazionale col popolo palestinese ad esempio, non impone un’identità palestinese sui palestinesi, anzi, avviene il contrario: sono i palestinesi che si identificano come tali, e le organizzazioni internazionali sostengono la loro identità. In più, sono i palestinesi a chiedere il sostegno delle organizzazioni internazionali, non il contrario. L’internazionale gay, invece, si è autoinvitata a parlare in nome di gruppi inesistenti, di cui difende e definisce l’identità. Infine, la solidarietà internazionale per i palestinesi non solo segue la linea palestinese su come difendere i loro diritti, ma impara a riconoscere dai palestinesi le più efficaci forme di solidarietà. L’internazionale gay, invece, rifiuta di imparare dai gruppi che dice di difendere e, anzi, pretende di insegnare. Questa non è solidarietà internazionale, è un progetto imperialista non diverso da molti altri noti.

Come hanno reagito le organizzazioni gay alla sua critica?

Alcuni portavoce dell’Internazionale Gay erano (e sono) rimasti scioccati, perché sostengono che ogni critica fatta ai loro sforzi sia un segno di omofobia. In realtà non sono diversi dalle donne razziste bianche che attraverso l’imperialismo Usa vogliono difendere le donne afghane o definire la natura delle difficoltà affrontate dalle donne che vivono in società non occidentali. Tutto questo in base alle priorità del movimento femminista bianco. Anche quest’ultimo pensa che chiunque rivolga critiche alla sua azione sia misogino o antifemminista. I movimenti femministi del terzo mondo hanno attaccato questi approcci razzisti a partire dagli anni ’60, e continuano a farlo.

Quanto alle organizzazioni gay?

Il problema delle organizzazioni internazionali gay è che, a differenza dei movimenti femministi bianchi che vogliono parlare in tutto il mondo a favore delle donne, non hanno una base naturale di persone che si identificano con loro. Per questo devono creare una base insistendo sul fatto che chiunque abbia rapporti con lo stesso sesso debba essere assimilato all’omosessualità. Cosa che creerebbe i militanti di cui hanno bisogno per imporre il loro progetto universalista.

Ci sono omosessuali arabi che sostengono le sue teorie?

La mia è una critica, non una teoria. A differenza dell’Internazionale Gay, io non rappresento un movimento, un gruppo, un’organizzazione o una cultura, né la mia critica cerca dei membri che la sostengano. Mi oppongo all’approccio dell’internazionale gay perché pretende di rappresentare e parlare in nome di gruppi e movimenti inesistenti. Non sono in competizione con loro nel cercare una base popolare, ma critico la violenza epistemica e fisica che insistono nell’infliggere ad altre persone e società in nome della liberazione e della creazione di un mondo a loro immagine.

Edward Said, autore di Orientalismo, è stato uno dei suoi maestri. Cosa pensava di Desiring Arabs?

 

 

Come ho scritto nella prefazione, Edward ha molto apprezzato il mio progetto e avrebbe voluto pubblicarlo nella collana da lui creata. È riuscito a leggere tre capitoli del libro prima di morire nel settembre del 2003. Desiring Arabs è stato pubblicato nel 2007.

1 Dec 2009

 

 

«Da Teheran a Riad, così veniamo discriminati»

[ EN ]

Una conversazione con Hossein Alizadeh

l               La Turchia e il Libano sono i paesi più tolleranti verso i gay, l’Iran e l’Arabia Saudita i più omofobi. Il quadro che disegna Hossein Alizadeh, giovane iraniano, portavoce della Commissione Internazionale per i Diritti Umani di Gay e Lesbiche (Iglhrc) di stanza a New York, è quello di un Medio Oriente a macchia di leopardo, dove da un lato nascono embrioni di movimenti gay, e dall’altro vengono applicate con ferocia pene contro la sodomia.

Un'intervista di Ernesto Pagano.

 

Parliamo dell’organizzazione, quando è stata fondata e con quali propositi?

La Commissione Internazionale per i Diritti Umani di Gay e Lesbiche è stata istituita nel 1990. La sua missione è quella dell’emancipazione dei diritti umani di ognuno, ovunque, per mettere fine alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione della propria sessualità.

Quali sono i problemi principali che un omosessuale deve affrontare in Medio Oriente?


La sessualità in generale e l’omosessualità in particolare sono considerate un tabù dalle persone e dai media. Molti conoscono l’omosessualità soltanto attraverso quello che hanno imparato dai loro leader religiosi, che spesso ne parlano come di un peccato, e dalle chiacchiere di strada che bollano i gay come pervertiti. L’ignoranza comune è stata esacerbata dalle leggi sulla sodomia, sia basate sulla sharia, come in Iran e in Arabia Saudita, sia ereditate da leggi coloniali, come in Libano. La combinazione di disinformazione e pene severe contro l’omosessualità hanno reso molto vulnerabili le persone lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender, ndr) in Medio Oriente.

Potremmo considerare Beirut come una sorta di rifugio per gli omosessuali del Medio Oriente?


Storicamente il Libano è stato un dei centri culturali dei paesi Arabi. L’eterogeneità della sua società ha consentito la crescita di un movimento lgbt direttamente in loco. Questo funge da esempio, ispirazione e modello per il resto della regione. D’altro canto le barriere politiche non permettono a gay e lesbiche di raggiungere il Libano dagli altri paesi della regione. Inoltre, il governo libanese è molto sensibile all’immigrazione di arabi non libanesi e consente di stabilirsi nel paese soltanto con molta difficoltà. In più ci sono differenze linguistiche che rendono più difficile l’integrazione tra arabi e non arabi, come turchi e iraniani.

Ci sono organizzazioni gay che nascono direttamente in Medio Oriente oltre a quella libanese?

In Turchia ci sono diversi gruppi lgbt. Nei territori palestinesi ci sono due organizzazioni gay e lesbiche. Ci sono diversi attivisti di altri paesi come l’Iraq, l’Iran, il Marocco e il Sudan che dirigono il movimento dall’esterno della regione, in esilio.

Ricorda importanti episodi di omofobia avvenuti nella regione?

Forse uno degli episodi più crudi è avvenuto nella primavera del 2009, quando alcune centinaia di omosessuali sono stati violentati e torturati dalle milizie sciite in Iraq. Anche il trattamento degli omosessuali da parte delle autorità iraniane è un capitolo buio nella storia del movimento.

In che modo gli omosessuali vivono le loro relazioni in un paese come l’Iran?

Ci sono molti piccoli circoli clandestini che formano una rete sotterranea di gay e lesbiche che connette le persone tra loro e permette loro di incontrarsi e conoscersi. Sfortunatamente c’è sempre la paura di infiltrazioni da parte del governo e in alcuni casi ci sono state retate che hanno portato ad arresti, torture brutali e persecuzioni.

Al di là della repressione, le condizioni degli omosessuali nella regione stanno migliorando?

La battaglia va avanti ma non credo che la situazione stia migliorando. Fino a quando ci sarà ignoranza, l’omofobia prevarrà in maniera schiacciante. Sono convinto che il ruolo degli attivisti locali sia molto importante per stabilire un ponte di dialogo con l’opinione pubblica e fargli comprendere la falsità dei suoi pregiudizi.

Sono solo pregiudizi o esistono relazioni tra Islam e omofobia?

L’Islam, come molte altre religioni, è interpretata in maniera da consentire solo una visione binaria della sessualità. Molti leader religiosi, basandosi su un’interpretazione letteralista della religione, hanno attaccato brutalmente l’omosessualità. Per fortuna in tempi recenti sta nascendo un movimento di dotti religiosi, sia sunniti che sciiti, che ha incoraggiato un riesame della questione con un approccio più tollerante nei confronti della sessualità in generale e dell’omosessualità in particolare.

Joseph Massad, nel suo libro
Desiring Arabs critica movimenti come l’Iglhrc perché impongono la categoria “omosessuale” laddove non esisteva prima…

È vero che il concetto di omosessualità così come lo conosciamo e comprendiamo in Occidente è un’esperienza unicamente occidentale, ma non è certo vero che persone con desideri per lo stesso sesso non esistevano in altre culture prima del contatto con l’Occidente. La verità è che le società arabo islamiche non hanno mai accettato un dialogo aperto sulla sessualità. L’idea di essere gay ed avere un’altra identità non è stata mai sviluppata tra i musulmani. Ma questo non vuol dire che l’omosessualità è stata esportata dall’Occidente, come non vuol dire che i diritti umani valgono solo per l’Occidente e non per i musulmani.

1 Dec 200p


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