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29 dic 09
1999-2009 un decennale da ricordare: 10 anni di Is Multiculturalism bad for
women? di Susan Moller Okin
Il 2009 che si sta per chiudere segna un anniversario che dovrebbe servire a
tutti coloro che hanno a cuore la cultura delle differenze di genere come
occasione di riflessione, aggiornamento e punto di partenza. È il decennale
della pubblicazione del volume di Susan Moller Okin, una delle maggiori, piú
acute e profonde femministe contemporanee. L'origine del volume risale al 1997,
quando Okin pubblicò su Boston Review un saggio sui rapporti tra femminismo e
multiculturalismo, che aprí gli occhi dell'Occidente su una realtà precisa e
squarciò veli di ignoranza e di non poca ipocrisia che si erano accumulate negli
anni. Il saggio fu ripubblicato nel 1999 insieme con gli interventi di vari
intellettuali interessati all'argomento, seguiti da una replica finale di Susan
Moller Okin nel volume intitolato Is Multiculturalism bad for women? pubblicato
in italiano da Raffaello Cortina Editore con il titolo Diritti delle donne e
multiculturalismo.
Dove risiede l'importanza di tale saggio nella cultura contemporanea della
differenza di genere? Occorre fare un passo indietro alla definizione di
multiculturalismo, che, nato propriamente in Canada quale risposta alle
richieste autonomiste francofone, è diventato un movimento ideologico, fatto
proprio soprattutto dalle sinistre dopo la caduta del Muro di Berlino, che
trattava le minoranze come soggetti meritevoli di ricevere diritti speciali e
soprattutto diritti di gruppo. In sostanza il multiculturalismo - che non deve
essere confuso con la multiculturalità, la quale è una constatazione oggettiva e
non un'ideologia - privilegiando la dialettica dei diritti di gruppo finisce per
trascurare i diritti individuali all'interno di quelle minoranze che vuole
proteggere nei contesti occidentali. In modo particolare all'interno dei
fenomeni di immigrazione di comunità con forti impronte separatiste e di
integralismo religioso, Susan Moller Okin individua tensioni tra due ismi, il
femminismo e il multiculturalismo, che prima della sua denuncia sembravano
paralleli e concordi, in quanto entrambi provenienti da humus democratico e
liberale. Il passo fondamentale in cui Okin descrive il meccanismo perverso è il
seguente:
molte delle tradizioni e delle culture del mondo, comprese quelle praticate
negli stati-nazione con un passato di conquista o di colonizzazione – in cui
certamente rientra la maggior parte delle popolazioni dell’Africa, del Medio
Oriente, dell’America Latina e dell’Asia –, sono decisamente patriarcali. Anche
queste culture hanno elaborato strutture di socializzazione, rituali, usanze
matrimoniali e altre pratiche culturali (inclusi sistemi di proprietà dei beni e
di controllo delle risorse) che mirano a porre la sessualità e il potenziale
riproduttivo delle donne sotto il controllo degli uomini. Molte di queste
pratiche rendono quasi impossibile per le donne di scegliere in modo
indipendente dagli uomini, di restare nubili o essere lesbiche, o di non avere
figli.
Il contrasto del femminismo, che in assoluta brevità si può definire come
sommatoria di movimenti che reclamano per le donne uguali dignità e diritti,
rispetto a una visione improntata sui diritti di gruppo e sulla incontestabilità
delle espressioni culturali anche quando queste tentano di mascherare crimini
violenti, nasce proprio dal vulnus della differenza di genere, che per molte
culture è elemento critico e fonte di discriminazione. A supporto di ciò Susan
Moller Okin riporta una serie di casistiche in cui la sottomissione della donna
è il comune denominatore, con modalità e frequenze che non possono apparire
casuali. È ovvio che il suo testo sia stato oggetto di polemiche, critiche e
addirittura di fraintendimenti, anche vistosi, che costituiscono un argomento
ormai non facilmente riassumibile, ma la sua opera fu concepita come aperta sin
dalla sua presentazione (la forma interrogativa del titolo del libro è
emblematica). Susan Moller Okin purtroppo morí prematuramente nel 2004 e quindi
non poté commentare i molti episodi che da quell'anno si sono susseguiti e che
hanno mostrato con evidenza i limiti e addirittura il palese fallimento del
multiculturalismo, prima di tutti l'assassinio del regista olandese Theo van
Gogh a opera di un marocchino indottrinato al fanatismo nell'Olanda
multiculturalista, per finire poi all'istituzione delle corti islamiche in Gran
Bretagna, parallele alla giustizia ufficiale.
Sotto questa luce possiamo rivisitare i molti episodi di cronaca, non solo nera
ma anche giudiziaria che ci hanno turbato in questi anni e che hanno visto quali
protagoniste involontarie soprattutto le donne immigrate, schiacciate dal peso
di culture maschiliste e oppressive, che spesso hanno avuto modo di perpetrarsi
con piú facilità in Italia che non nei paesi d'origine, come, per esempio, nel
Marocco e nella Tunisia contemporanei dove il ruolo della donna, anche come
baluardo contro l'integralismo, è stato rivalutato e dove, per esempio, esiste
ed è fatto rispettare il divieto di indossare il velo in alcuni luoghi pubblici.
E come non ricordare la leggerezza con cui i media italiani hanno presentato la
notizia dello sconto di pena concesso da un tribunale tedesco a un imputato
italiano di origine sarda colpevole di violenza sessuale e sequestro di persona,
attribuita agli stereotipi tedeschi verso gli italiani quando si è trattato di
un tipico esempio di deriva del diritto per motivazioni culturali, ossia quando
si subordina l'universalità del diritto, e quindi anche dei diritti della
persona, alla cultura, qualunque sia l'aggettivo che segue tale termine. E come
non ricordare che l'estate precedente la Corte di Cassazione aveva avvallato una
sentenza di assoluzione per una famiglia musulmana colpevole di aver per anni
maltrattato e sequestrano una figlia che frequentava un ragazzo italiano e che
voleva vivere in modo laico? Su tutto questo mondo sommerso vale la pena di
citare il volume di prossima uscita L'inganno di Souad Sbai, Cantagalli editore,
che reca proprio come sottotitolo: Le donne vittime del multicultiralismo.
Tra i molti spunti di riflessione che si possono riprendere a dieci anni dalla
pubblicazione del poderoso esempio di intelligenza e di esercizio di libero
pensiero quale è stato il libro di Okin, vale in questa sede la pena di
sottolineare che, a differenza delle dinamiche femminili, quelle legate
all'omosessualità sono ancora tutte da esplorare. Nelle comunità dominate
dall'integralismo religioso l'orientamento omosessuale costituisce un elemento
ancora piú critico della libertà della donna che spesso, prima ancora di essere
represso, è autorepresso. Penso che, pertanto, un opportuno argomento di
riflessione e indagine per i prossimi dieci anni possa proprio essere la
costruzione di un quadro di pensiero e di informazione su cosa accade alle
persone gay e lesbiche nei contesti che spesso immaginiamo lontani, ma che si
trovano, invece, nei quartieri piú critici di ogni grande città italiana, gli
stessi dove alle donne sono imposti rigidi ruoli sociali subalterni e in cui è
negata l'autonomia del loro essere. Recuperare questa dimensione non sarà
soltanto di aiuto alla lotta per l'uguaglianza e la dignità delle persone LGBT,
ma, insieme con quelle della donna, significa costruire una piú solida base per
le democrazie laiche liberali.
© Mario Moisio 30-12-09.